giovedì 14 giugno 2018
Mitridate re di Ponto - Croft, Persson; Mikowski - Decca
Il cast recita molto bene e canta altrettanto. Anzi, visto il livello alto ci si rammarica un po' che sia stata presentata una versione dell'opera "salisburghese", approntata da Marc Minkowski, Günter Krämer e Jory Vinikour che, oltre a dividerla in due atti, dimezza quasi l'originale, sposta qualche aria, ne elimina altre e compie una sforbiciatura tale dei recitativi che forse non consente nemmeno di comprendere gli avvenimenti con completezza. La versione dunque è ridotta ma è pur vero che si presenta compatta, dinamica e piacevole all'ascolto.
Croft è uno specialista mozartiano; anche se la pronuncia non è sempre ineccepibile, la sua voce lirica e agile gli consente di affrontare con successo l'impervia parte di Mitridate. I due soprani - la Or in Aspasia e la Persson in Sifare - hanno entrambi una linea di canto solida e un fraseggio aderente al testo; la Or manifesta qualche asprezza in alcune note acute soprattutto durante il duetto del secondo atto in cui il confronto con la collega svedese la mette lievemente in ombra. Metha ha un timbro discreto e soprattutto una padronanza della coloratura che lo rende molto convincente nell'unico ruolo che veramente compie una conversione e maturazione durante tutta l'opera. Purtroppo agli altri - tranne la brava Bohlin/Ismene - sono state tagliate le arie.
Minkowski dirige la sua orchestra come sempre con vivacità e pieno sostegno ai cantanti.
4/5
domenica 10 giugno 2018
La Cenerentola - Donose, Mironov; Jurowski 2005 - Opus Arte
La direzione di Jurowski è brillante ma, come si evidenzia già dalla sinfonia, anche un po' "quadrata" così da ritenere la verve che in alcune scene avrebbe potuto sfogarsi maggiormente (o anche, al contrario, non soffocare troppo alcuni passaggi vocali dei personaggi).
Il cast non è vocalmente omogeneo ma teatralmente è molto affiatato e realizza così una produzione discreta. La Donose, anche se non eccelle tra le varie interpreti del ruolo, è convincente e sfoggia un timbro caldo e accattivante con gravi ricchi ma alcuni acuti un po' sfocati. Mironov appare ancora un po' immaturo e la sua voce un tantino esile non gli consente di essere più incisivo in alcuni slanci soprattutto nelle scene del secondo atto. Alberghini canta ottimamente sia l'aria di ingresso che i duetti quanto nelle scene d'insieme. Di Pasquale recita benissimo (e proprio su di lui le riprese fanno bene a sostare perché il suo volto esprime bene lo svolgersi della vicenda) ed esce vittorioso dalle sue tre impegnative arie (comprensive di sillabato) pur non essendo sempre al massimo la scioltezza nelle agilità. Alidoro avrebbe bisogno di una pronuncia più esatta e di minor affaticamento ma nel complesso tiene bene il personaggio. Al di là delle differenze tra i protagonisti, i concertati e soprattutto il sestetto del secondo atto sono tra le scene migliori della rappresentazione.
L'etichetta Opus Arte inserisce alcuni bonus e sottotitoli in diverse lingue tra cui l'italiano.
3,5/5
lunedì 21 maggio 2018
Death in Venice - Graham-Hall, Shore; Gardner 2013 - Opus Arte
Si capisce quindi che il ruolo di Aschenbach come anche della compagine orchestrale sono così determinanti da pregiudicare l'esito complessivo di tutta la produzione.
Quella andata in scena all'English National Opera (che, a differenza del Convent Garden, ha da sempre un forte legame con le composizioni britanniche o tradotte in lingua inglese) nel 2013 è l'occasione per John Graham-Hall di scrivere una delle sue pagine memorabili. Esperto interprete del repertorio di Britten (di lui rimane l'unico attuale video dell'Albert Herring, peraltro), intepreta il ruolo di Aschenbach quasi alla stessa età in cui lo fece Peter Pears. Graham-Hall non ha problemi vocali anche se non più giovanissimo ma per questo rivela una maturità nella voce e nello stile che rendono affascianante ogni momento della sua recitazione. L'espressività e il coinvolgimento si manifestano nella ricchezza di sfumature, nelle mezze voci come anche nella dizione scolpita; i due finali di atto sono memorabili negli slanci lirici e nell'enfasi. Shore recita bene ma non sembra sempre a suo agio nelle diverse tessiture richieste: il falsetto del bellimbusto attempato è forse volutamente sforzato, la linea melodica del gondoliere è alquanto frammentata.
La recitazione rimane alta comunque in tutti i personaggi - come c'è da aspettarsi in una produzione tutta inglese -, anche se i personaggi cantanti da Shore - pur ben fatti - sembrano non essere all'altezza del protagonista che un po' rimane solo nelle sue allucinazioni e nella progressiva decadenza (soprattutto dalla metà del secondo atto in cui anche sullo sfondo compare un sole che sta tramontando).
La regia della Warner è di grande gusto e molto curata sin nei minimi dettagli come anche nelle scene d'insieme come quella degli attori di strada. Per la realizzazione del dvd si deve inoltre riconoscere la maestria della regia video che esalta e rinforza quella teatrale.
L'orchestra diretta da Garden è molto presente e fa sentire tutte le sonorità descrittive. Tra i momenti più significativi: il fraseggio nell'ouverture Venezia, la scena chiave della gondola misteriosa, la presentazione della camera da letto in albergo, la vivacità delle percussioni sulla spiaggia al primo arrivo della famiglia polacca.
Buona la prova del coro (forse un po' troppo invadente in scena al momento dei giochi di Apollo) e anche dei personaggi minori. Tra di essi, si distingue Tim Mead, voce di Apollo, nonostante qualche suono fisso.
Le coreografie sono eleganti e suggestive grazie ai giochi d'ombra.
Purtroppo la casa discografica Opus Arte non ha inserito i sottotitoli in italiano.
5/5
sabato 19 maggio 2018
Death in Venice - Miller, Hendricks; Bartoletti 2008 - Dynamic
Come sempre, la Dynamic fornisce il dvd di presentazione e di sottotitoli in italiano.
5/5
venerdì 18 maggio 2018
Otello - Kaufmann, Agresta, Vratogna; Pappano 2017 - Sony
Esso si inserisce tra le rappresentazioni che, anziché riprodurre le amenità di Cipro (mi viene in mente la classica messa in scena di Karajan con Vickers e Freni), sottolineano l'oscurità del dramma: quella vissuta interiormente dal protagonista e che poi si riversa attorno a lui in un clima quasi sempre cupo (eccezion fatta per il quarto atto in cui predomina il bianco della camera da letto; bianco che poi è anche il colore degli abiti di Desdemona, unica a mantenere la luminosità). La scena è sostanzialmente unica e si articola attraverso uno scivolare di pannelli, porte e fessure come anche di personaggi che emergono in alcuni punti cruciali. Molto acuta anche l'idea di rendere il personaggio di Jago che talvolta aiuta e sollecita il cambio della scena (ad esempio tra il primo ed il secondo atto) dimostrando così di essere il vero tessitore di tutta la vicenda.
Kaufmann, su cui ovviamente si incentra buona parte dell'attenzione, si rivela ancora una volta un grande attore che dosa sapientemente le energie nel continuo alternarsi di sentimenti vigorosi ed esaltanti, di fremiti titubanti e disperati. La Agresta esce vittoriosa in un ruolo che, se non cantato e recitato bene, rischia di cadere nella noia. Vratogna è istrionico e abitato da una verve che lo rende veramente demoniaco nel suo voler tirar le fila della storia.
Sul piano canoro tutti (anche le parti minori) sono su di un livello molto alto. Kaufmann entra in scena con una sicurezza magistrale e non smette di mantenere solida la linea vocale anche nelle scene successive (forse, unico momento debole è il dialogo prima del soffocamento di Desdemona). Molto affiatato il duetto alla fine del secondo atto; lancinante la sofferenza nell'aria del terzo. Maria Agresta ha la voce adatta per cantare Desdemona e lo fa con voce sicura e sostenuta nel fiato ma anche con dolcezza e malinconia. Per il ruolo di Jago avrei inizialmente pensato ad una voce lievemente più scura e pesante, ma Vratogna lo rappresenta comunque in modo eccellente e personale curando sia la la linea più vivace nelle scene d'insieme sia i tratti più lirici che quelli crudi nel suo credo.
Il coro si apprezza per l'omogeneità e la dizione. La direzione di Pappano è estremamente curata in ogni parte e realizza quella continuità nelle scene e nelle sonorità (che passano dall'una all'altra) che caratterizza tutta l'opera.
5/5
lunedì 26 febbraio 2018
Nabucco - Nucci, Guleghina, Prestia; Luisi 2001 - Arthaus Musik
Otello - Domingo, Frittoli, Nucci; Muti 2001 - Arthaus Musik
Lohengrin - Treleaven, Magee; Weigle 2006 – EuroArts
Lohengrin - Hofmann, Armstrong; Nelsson 1982 – EuroArts
Lohengrin - Beczala, Netrebko; Thielemann 2016 - Deutsche Grammophon
Lohengrin - Vogt, Kringelborn; Nagano 2006 - Opus Arte
martedì 27 settembre 2011
idomeneo (4)
martedì 20 settembre 2011
idomeneo (3)
martedì 13 settembre 2011
idomeneo (2)
venerdì 9 settembre 2011
idomeneo (1)
salome
Strauss ha basato il suo libretto per Salome sulla traduzione tedesca di Hedwig Lachmann dell’opera teatrale di Oscar Wilde del 1891 scritta in francese, caratterizzata dallo stile evocativo dei simbolisti, apparsa negli ultimi anni di una lunga tradizione di rivisitazioni letterarie delle storie del Nuovo Testamento. L’interpretazione di Salome come una donna patologicamente sessuale deve essere stata particolarmente intrigante per molti scrittori e artisti del periodo, data anche l’influenza dei lavori di Sigmund Freud e della psicopatologia in generale.
Strauss utilizza l’orchestrazione, i temi, le tonalità e le distinzioni tra i linguaggi musicali per trasmettere questo senso di Salome. Strauss amplia la gamma dell’orchestra affidando passaggi solistici estesi a strumenti insoliti, e facendo unire gruppi di strumenti in combinazioni nuove e suggestive. L'assolo del controfagotto alla fine del secondo intermezzo orchestrale è forse un caso singolare nella musica occidentale, e la combinazione di due arpe, celesta, piatti e legni che accompagnano il Erode dopo la danza di Salome dipingono un quadro inquietante del suo mondo demente. Strauss inoltre tesse continuamente il motivo ascendente d’apertura affidato al clarinetto creando un arazzo orchestrale frenetico, tipico di una pseudo-danza orientale.
Ciascuno dei personaggi principali canta in uno stile musicale che rivela aspetti del suo personaggio: la giovane principessa Salome canta con uno stile di declamazione (quasi civettuola) supportato da un’orchestrazione delicata di flauti, violini e celesta, mentre l’orchestra accompagna il suo monologo finale con la pienezza delle sue capacità dinamiche e timbriche. Per Jochanaan (Giovanni il Battista) la musica è devotamente tonale, favorendo la tonalità di la bemolle maggiore, che nel simbolismo tonale straussiano rappresenta la religione, e attraverso la quale Strauss illustra la pietà costante di Jochanaan. Il linguaggio musicale di Erode è strutturato con scale per toni interi; mancando una quinta perfetta, ma avendo invece il tritono disorientante e dissonante, i suoi passaggi trasmettono un senso di instabilità appropriata al perverso tetrarca.
mercoledì 22 giugno 2011
Bachiana Brasileira n.3
Le nove Bachianas Brasileiras sono le composizioni più popolari del grande compositore brasiliano Heitor Villa-Lobos (1887 - 1959). Egli cominciò a comporre la serie nel 1930, anno in cui tornò da Parigi, dove aveva vissuto per circa una dozzina di anni ed era divenuto uno dei principali compositori della generazione modernista.
Al ritorno in Brasile ha proposto un sistema nazionale di educazione sulla base di materiale musicale. Le Bachianas Brasileiras avevano proprio lo scopo di mostrare la valenza della musica indigena che Villa-Lobos ha elogiato per le molte similitudini inerenti alla grande musica di Johann Sebastian Bach.
Tutte le Bachianas, dunque, hanno – come dice il titolo stesso – due facce: brasiliana e bachiana. Esse sono uniformemente più semplici e più classiche nella struttura di serie prima del grande Villa-Lobos 'delle composizioni, la Choros, che sono basati su un tipo di musica urbana di strada del Brasile, con quel nome.
La terza Bachiana Brasileira (la quarta ad essere composta) è nata come un brano per pianoforte solo, orchestrata più tardi dallo stesso autore che la numerò come terza.
È l’unica Bachiana scritta in forma di concerto strumentale. Si tratta infatti di un vero e proprio concerto per pianoforte in quattro movimenti. La prima esecuzione avvenne il 19 febbraio 1947, a New York City, con il compositore sul podio della Columbia Symphony Orchestra e José Vieira Brandao come solista.
Come al solito i quattro movimenti hanno un formale titolo "bachiano" in portoghese, seguito da un titolo "brasiliano".
Villa-Lobos inizia generalmente le sue Bachianas con un movimento lento in modo da condividere alcune delle caratteristiche melodiche di un'aria di Bach. Questo è il caso del movimento di apertura, "Preludio - Ponteio". È un tempo sostanzialmente lento, anche se la parte centrale (che non è in forma-sonata standard) è in tempo veloce che consente di sfoggiare una certa brillantezza da parte del pianista.
Il secondo movimento, "Fantasia - Devaneio" è veloce, con una sezione centrale ancor più veloce; mentre il terzo, "Aria - Modinho," è una canzone lenta e romantica con il classico inserimento di un tempo più veloce nella parte centrale del movimento.
Il finale è un altro dei ritratti che Villa-Lobos fa della natura. Si chiama "Toccata - Pica-Pau" ed è uno dei più raffinati brani del compositore. Picapau è il nome di un picchio brasiliano. Il suo verso veloce e spiccato è imitato dal suono ripetuto dei tamburi e da passaggi pianistici che richiedono un rapido alternarsi delle dita.
giovedì 12 maggio 2011
Bartók, The Wooden Prince
Delle tre opere teatrali composte da Bartók il balletto Il principe di legno è forse è la meno riuscita artisticamente. È stato comunque un grande successo per il pubblico al suo debutto a Budapest il 12 maggio 1917. Senza dubbio questo è dovuto in parte alle felici circostanze in cui è avvenuta la produzione. A differenza di molte delle opere precedenti di Bartók, le cui prime esecuzioni avevano sofferto di una preparazione insufficiente, la prima di Il principe di legno ha beneficiato di un ben 30 prove sotto la direzione di Egisto Tango.
Gran parte del problema posto da Il principe di legno si trova nella sua componente drammatica. La storia è stata scritta dal drammaturgo ungherese Béla Balász, che aveva già fornito il libretto per Il Castello di Barbablù (1911). Nel balletto il semplice racconto dei tentativi di un principe di corteggiare e conquistare una riluttante principessa attraverso l'uso di un manichino rappresentante se stesso è stata complicata dall’introduzione ad opera di Balász di una fata che inizialmente ostacola il Principe nel suo ardore ma poi si muove a pietà verso di lui e lo aiuta a conquistare la mano della sua amata. È da notare che il mutamento del cuore della fata sembra inspiegabile nel contesto rudimentale di una favola, mentre gli altri personaggi sono completamente unidimensionali, in netto contrasto con i ritratti psicologici profondi Balász forniti invece per Il Castello di Barbablù. Inoltre, nessuno dei personaggi viene identificato con un motivo distintivo musicale, come sarà il caso in un successivo lavoro di Bartók (il balletto-pantomima Il mandarino meraviglioso degli anni 1918-1919).
La partitura richiede una delle più grandi orchestre che Bartók abbia mai chiamato in causa, tra cui legni, corni, trombe, coppie di sassofoni e un grande dispiegamento di percussioni a suono determinato e non. L'introduzione, basata su una lunga triade di Do maggiore, che fa trascorrere ben tre minuti prima che si alzi il sipario, è stata addirittura paragonata a quella di Das Rheingold di Wagner. Ne Il principe di legno, Bartók esprime le sue idee musicali in un unico stile di impressionismo simile a quello che contraddistingue i Due pezzi per orchestra op. 10 (1910), e i Quattro Pezzi per orchestra op. 12 (1912). Mentre il mondo del suono è incantevole, la forma del pezzo è meno riuscita. Notevoli eccezioni sono però la musica fluttuante che accompagna l'episodio in cui la Fata fa’ sì che il fiume insorga contro il principe che cerca la principessa; l'episodio grottesco in cui la Fata incanta la figura stilizzata che il Principe ha modellato, provocandone la danza, è altrettanto sorprendente.
Nonostante allestimenti successivi, Il principe di legno non è entrato stabilmente nel repertorio ma è vi rimasto al massimo nella forma della suite da concerto creata dal compositore stesso nel 1921 e ampliata negli anni 1931-1932.
venerdì 6 maggio 2011
Momenti musicali
Franz Schubert (1797-1828) si è dimostrato non troppo legato a convenzioni o forme predefinite ma ha lasciato fluire la sua vena melodica anche in generi insoliti o addirittura nuovi.
È il caso dei Sei Momenti Musicali, piccoli brani come dice il nome, composti negli ultimi cinque anni di vita.
I Sei Momenti Musicali op. 94, composti fra il 1823 ed il 1828, sono brevi composizioni in forma tripartita e rappresentano un modo di far musica più immediato e diretto, meno legato ai più rigidi schemi della sonata classica, e quindi anche più facilmente accessibili al vasto pubblico. Intimi e meditativi i Sei Momenti Musicali, anticipano le varie forme pianistiche brevi che si sarebbero sviluppate nell'Ottocento. Basti pensare alle Romanze senza parole di Mendelssohn e ad alcune composizioni di Chopin.
I Sei Momenti Musicali ci conducono nella sfera più interiore e poetica di Schubert, quasi un quaderno di appunti della sua anima creativa. Brevi idee con brevi sviluppi, tanto più efficaci per la loro estrema semplicità. Composti in un arco di cinque anni, essi rappresentano momenti diversi di ispirazione. Il terzo, ad esempio, assomiglia ad una caratteristica danza russa; il quarto, in do diesis minore, è una sorta di moto perpetuo che richiama alla mente il preludio barocco; l'esuberante cavalcata del quinto col suo ritmo incessante di accordi ripetuti apre invece una parentesi più estroversa in questa serie di composizioni impregnate di una luce di pacata introspezione.
In una lettera ai genitori datata 25 luglio 1825 Schubert stesso scrive: "I momenti musicali sono stati accolti con entusiasmo. Li ho eseguiti non senza successo, poiché molte persone mi hanno assicurato che sotto le mie dita i tasti si trasformavano in voci che cantavano, il che, se vero, mi fa molto piacere poiché non posso sopportare quel modo di martellare lo strumento, presente anche in pianisti di prim'ordine, sgradito sia all'orecchio che al cuore".
Il n.5 è composto da una sola idea musicale, dapprima esposta in tutta la sua energica ostinazione ritmica, poi variamente elaborata. È l’unico brano di questa raccolta che fa’ quasi pensare ad un’esecuzione come bis in una sala da concerto anziché in un salotto.
mercoledì 17 febbraio 2010
questo è un nodo avviluppato
E' a questo punto che - con gran sapienza drammaturgica - scoppia un terribile temporale il cui rumore non impedisce però di percepire il rovesciamento di una carrozza. Si tratta della carrozza del principe don Ramiro che si stava dirigendo, con il cameriere Dandini al seguito, alla ricerca della misteriosa dama velata incontrata al ballo.
Il caso vuole che la carrozza si impanni proprio davanti al palazzo di don Magnifico che, ben felice di ricevere in casa il principe perché immagina che sia venuto per chiedergli la mano di una delle figlie, si mette subito a dar ordini per l'accoglienza. Nel frattempo, allo stupore di don Magnifico, di Tisbe e di Clorina per la visita improvvisa, si aggiunge lo smarrimento di Cenerentola che, ignara del fatto che don Ramiro e non Dandini sia il principe, si ritrova davanti al possessore del bracciale gemello.
Ecco dunque lo spettacolare sestesso "Questo è un nodo avviluppato": è un vero e proprio rimbalzare della sorpresa di personaggio in personaggio. Come è successo anche nel quintetto del primo atto, la velocità dell'azione viene frenata e quasi azzerata in questa scena di gruppo che gioca - e le regie lo sottolineano spesso - sull'immobilità. Il sestetto ha poi la caratteristica di essere scritto in uno stile quasi antico, "rinascimentale", con il procedimento imitativo in cui le voci si rincorrono imitando i frammenti melodici delle altre con un semplice e flebile sostegno dei pizzicati degli archi. I giochi vocali che riescono a creare una magica atmosfera però non finiscono qui perché tutta la pagina è rinforzata dalla pronuncia enfatica delle "r" e dalle scoppiettanti "p" fatte risuonare sulle labbra dei personaggi.
Questo è un nodo avviluppato
Questo è un gruppo rintrecciato,
Chi sviluppa più inviluppa;
Chi più sgruppa più raggruppa;
Ed intanto la mia testa
Vola, vola, e poi s'arresta,
Vo tenton per l'aria oscura,
E comincio a delirar.








